Verso la Mongolia: il racconto di Renata

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    Renata e il suo team sono arrivati negli “stans” e li attraversano passo dopo passo in vista della meta da raggiungere: la Mongolia!
    Leggete il reportage di questi ultimi giorni e diteci se non vi viene immediatamente voglia di mettervi in viaggio per la Via della Seta….

    PS. Tutte le foto, che per problemi tecnici non riusciamo a caricare sul log le trovate sulla nostra pagina Facebook e su il blog di Renata 2vagabondsandayak.com!!!

    Nel mio ultimo racconto parlavo del nostro arrivo a Baku e della voglia di scoprire questa città e l’Azerbaijan in genere. E questa voglia mi è rimasta, il mio passaggio in questo paese è stato talmente corto che quasi non me ne sono accorta.
    Dopo aver viaggiato tutta la notte per percorrere i 600km che ci separavano da Baku e dal consolato Turkmeno, dopo aver assaporato gli sfarzi di Baku la sua bandiera enorme ed i suoi edifici avveniristici, dopo aver cercato in lungo ed in largo il famoso consolato, e dopo aver ottenuto una specie di visto per il Turkmenistan, dopo aver pagato la notte in albergo perché eravamo state rassicurate che quella sera non c’erano traghetti in partenza, ecco che alle 17.30 siamo tutti al porto in attesa di fare il biglietto e di attraversare il Mar Caspio.
    Attesa attesa…sarà la costante dei giorni successivi. Io sul famoso traghetto ci salgo alle 3.30 del mattino, più leggera di 496 dollari. Sul traghetto trovo una cabina decente, un bagno impossibilmente stracolmo e puzzolente, una stanchezza inimmaginabile (eh beh, dopo 44 ore sveglia e solo 90 minuti di sonno è comprensibile…), delle città costruite per estrarre petrolio dal mare, mare sporco a causa dei rifiuti gettati dalla ciurma, altri rallisti spaesati come me. Non può mica andare peggio di così…beh no, se non si contano le 12 ore spese sotto il sole in attesa di passare la frontiera turkmena. Beh dai Renata, non esagerare mica sei stata 12 ore sotto il sole…beh vero, parte di quelle ore le hai passate a girovagare da ufficio ad ufficio (13 in tutto) per raccimolare ricevute su ricevute (13 in tutto) per poi essere finalmente libera 52 ore dopo esserti trovata al porto di Baku. Beh ma vuoi dire che soddisfazione essere in Turkmenistan, mica tanti turisti vengono da queste parti. E si che lo noti facilmente, dal modo in cui la gente ti guarda, ti sorride, ti saluta, ti aiuta, ti ferma. Mi sono davvero piaciuti sti Turkmeni, così ospitali, così gentili, finora il popolo che più mi è piaciuto. Sarà che di turisti davvero ne vedono pochi. E a vedere la difficoltà per entrare (non ho parlato degli ulteriori 250 dollari per visti e assicurazione macchina…), ed il costo degli hotel e dei musei, mi sa che da queste parti non ne arriveranno tanti nel futuro prossimo.
    La cosa più divertente? Un ragazzo che ci sorpassa e fa il segno di fermarci: voleva firmare Versina! I più emozionati? un fotografo che non stava nella pelle a parlarci, che ci fa fatto foto e poi dato il CD, che ci ha offerto da bere e poi il suo pranzo, quello preparato da sua mamma. E poi una signora con il piccolo Mischa in braccio, voleva una foto di noi col piccolo e prima di andarsene ci ha lasciato come ricordo il sonaglietto di Mischa. Il più tenerone? Il nipotino della signora uzbeca che ci ha dato pranzo in un paese dimenticato da tutti (tranne che dai turchi che li ci lavorano in non sappiamo cosa). Al piccolo abbiamo dato il mappamondo gonfiabile e quando ho visto il padre indicargli dov’è il Turkmenistan mi son detta che è stata proprio una buona scelta la nostra azione “adotta un mappamondo”. La cosa più strana? Viaggiare per il centro di Ashgabat, con il suo palazzo presidenziale enorme e tutto in Nel mio ultimo racconto parlavo del nostro arrivo a Baku e della voglia di scoprire questa città e l’Azerbaijan in genere. E questa voglia mi è rimasta, il mio passagio in questo paese è stato talmente corto che quasi non me ne sono accorta.
    Dopo aver viaggiato tutta la notte per percorrere i 600km che ci separavano da Baku e dal consolato Turkmeno, dopo aver assaporato gli sfarzi di Baku la sua bandiera enorme ed i suoi edifici avveniristici, dopo aver cercato in lungo ed in largo il famoso consolato, e dopo aver ottenuto una specie di visto per il Turkmenistan, dopo aver pagato la notte in albergo perché eravamo state rassicurate che quella sera non c’erano traghetti in partenza, ecco che alle 17.30 siamo tutti al porto in attesa di fare il biglietto e di attraversare il Mar Caspio.
    Attesa attesa…sarà la costante dei giorni successivi. Io sul famoso traghetto ci salgo alle 3.30 del mattino, più leggera di 496 dollari. Sul traghetto trovo una cabina decente, un bagno impossibilmente stracolmo e puzzolente, una stanchezza inimmaginabile (eh beh, dopo 44 ore sveglia e solo 90 minuti di sonno è comprensibile…), delle città costruite per estrarre petrolio dal mare, mare sporco a causa dei rifiuti gettati dalla ciurma, altri rallisti spaesati come me. Non può mica andare peggio di così…beh no, se non si contano le 12 ore spese sotto il sole in attesa di passare la frontiera turkmena. Beh dai Renata, non esagerare mica sei stata 12 ore sotto il sole…beh vero, parte di quelle ore le hai passate a girovagare da ufficio ad ufficio (13 in tutto) per raccimolare ricevute su ricevute (13 in tutto) per poi essere finalmente libera 52 ore dopo esserti trovata al porto di Baku. Beh ma vuoi dire che soddisfazione essere in Turkmenistan, mica tanti turisti vengono da queste parti. E si che lo noti facilmente, dal modo in cui la gente ti guarda, ti sorride, ti saluta, ti aiuta, ti ferma. Mi sono davvero piaciuti sti Turkmeni, così ospitali, così gentili, finora il popolo che più mi è piaciuto. Sarà che di turisti davvero ne vedono pochi. E a vedere la difficoltà per entrare (non ho parlato degli ulteriori 250 dollari per visti e assicurazione macchina…), ed il costo degli hotel e dei musei, mi sa che da queste parti non ne arriveranno tanti nel futuro prossimo.
    La cosa più divertente? Un ragazzo che ci sorpassa e fa il segno di fermarci: voleva firmare Versina! I più emozionati? un fotografo che non stava nella pelle a parlarci, che ci fa fatto foto e poi dato il CD, che ci ha offerto da bere e poi il suo pranzo, quello preparato da sua mamma. E poi una signora con il piccolo Mischa in braccio, voleva una foto di noi col piccolo e prima di andarsene ci ha lasciato come ricordo il sonaglietto di Mischa. Il più tenerone? Il nipotino della signora uzbeca che ci ha dato pranzo in un paese dimenticato da tutti (tranne che dai turchi che li ci lavorano in non sappiamo cosa). Al piccolo abbiamo dato il mappamondo gonfiabile e quando ho visto il padre indicargli dov’è il Turkmenistan mi son detta che è stata proprio una buona scelta la nostra azione “adotta un mappamondo”. La cosa più strana? Viaggiare per il centro di Ashgabat, con il suo palazzo presidenziale enorme e tutto in marmo bianco, i ministeri non da meno, le sedi centrali delle aziende internazionali tutte allineate lungo uno stradone con fontane e lampioni di ogni forma e colore, tutto pulitissimo, tutto vuotissimo…a parte la polizia, che ti ferma e vuole farti la multa perché hai la macchina sporca (e come glielo dici che hai percorso 7000km e non hai trovato nemmeno un autolavaggio??)…eh si anche questo capita ad Ashgabat! L’attrazione più eclatante? Il cratere di Derwaza, anche chiamato “Gate of hell”. Una volta c’era una torre per l’estrazione del gas. Ma il terreno ha ceduto e la torre è implosa. I russi han pensato bene di dare fuoco per bruciare il gas, tanto prima o poi finisce…sono 40 anni che brucia e non da segno di spegnersi, bello davvero, se non un po’ caldo. E per finire…la stranezza più strana? Lungo la strada che attraversa il deserto dal Ashgabat all’Uzbekistan si vedono delle specie di appezzamenti di terreno recintati, piccoli tipo 1 metro per 1 metro, tanti tanti, uno di seguito all’altro…li abbiamo definiti i “sand collectors”, collezionisti di sabbia, perché abbiamo capito servire per fermare il movimento della sabbia verso la strada.
    Insomma…il Turkmenistan è davvero stata una bella scoperta, sono felice di esserci passata. Ma ai curiosi che vorranno seguire le nostre tracce consiglio di non prendere il traghetto da Baku a Turkmenbashi ma di passare dall’Iran, sicuramente un’esperienza migliore, tutti dicono sia un paese fantastico.
    Dal Turkmenistan siamo passati in Uzbekistan sulla Via della Seta, seguendo Marco Polo ed i carovanieri. Ci siamo fermati in 3 città fantastiche: Khiva, Bukhara e Samarcanda.
    Khiva è forse la più bella delle 3. Tutto il centro è ancora “vecchio”, anche se molto è stato rifatto o fatto solo poco più di 100 anni fa. Ci siamo fermate 2 notti, ne avevamo bisogno. E ci siamo godute davvero questo posto meraviglioso, le madrasse, le moschee, i minareti con delle piastrelle che creano giochi di colore sul verde e azzurro, i cupoloni azzurri, ma anche il plov (riso con carote e carne), i samsa (tipo i samosa indiani) e berci una birra al fresco di un caffè, senza dover pensare a dover ripartire per un’altra destinazione. Sembra di tornare indietro di 300 anni. Tutti gli edifici sono fatti di mattoni di fango e ricoperti di fango, mi è sembrato di tornare a Djenne in Mali, strana sensazione.
    Bukhara mi è piaciuta meno, forse perché ci abbiamo messo più di un’ora a trovare un hotel dove fermarci, forse perché è sicuramente meno eclatante di Khiva, forse perché è più una cittadina, o forse solamente perché metà dei km tra le due città erano su strada sterrata piena di buche, ci abbiamo messo una giornata intera per percorrere 300km, ed il caldo (anche se con aria condizionata!) non ci ha risparmiate. Ma comunque Bukhara ha un suo perché: una moschea con un minareto indescrivibile, e che dire delle cupolone verdi/azzurre?
    Ma Samarcanda è stato dove mi sono sentita più a casa. Forse perché ho sempre sognato di andarci, forse perché mi sono sentita un po’ come il soldato di Vecchioni che scappava dai canti e balli e da una nera signora (Samarcanda, Roberto Vecchioni). Forse perché il suo Ragistan e il Bibi –non-ricordo-più-il-nome sono da mozzafiato. Vederteli li davanti, al tramonto, con i loro colori, le cupole ed i minareti, le maioliche, non so, ti da questa sensazione di essere arrivati, di fine del viaggio, di aver trovato cosa si stava cercando. Grazie Samarcanda, sei un gioiello in mezzo al deserto, un’oasi di tranquillità e bellezza. Ci siamo rimaste due notti, e abbiamo adorato trascorrere un pomeriggio intero sul terrazzo del nostro B&B, a sorseggiare the gentilmente offerto dal proprietario, a leggere e a guardare il Ragistan, il Bibi, e sognare di essere li 200 anni fa, con una carovana di carrozze, in viaggio alla scoperta delle spezie, dei colori azzurri, del sorriso della gente. Samarcanda ci ha ridato fiducia negli Uzbechi…fino ad allora non li avevamo trovati nè simpatici nè gentili, e invece ci siamo ricredute. Grazie di cuore…”non è poi così lontana Samarcanda corri cavallo corri di qua, ho ballato insieme a te tutta la notte…”

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